Ingranaggio

Quando mi hai detto
Mi sento incastrato
Ho proprio sentito il rumore di due ruote dentate
che combaciando perfettamente
Ti pressavano una gamba
Un braccio
Il cuore

Come potevo io
farti questo?

Come potevo io
essere per te
ingranaggio mortale?

Volevo essere
immenso mare
in cui nuotare
a largo e a riva

Carta da parati

Questi giorni, quando mi sdraio sul letto
E mi rilasso
Ogni tanto il mio cuore fa un battito di troppo, più potente, rumoroso e pesante degli altri battiti.
Mi scuote e mi fa quasi sobbalzare.
Non ho ancora capito se sei tu che vai via da me sbattendo la porta
O se sono io che te la sbatto in faccia – quella porta – appena fai capolino nei miei pensieri.

– Ci stiamo staccando l’uno dall’altra come carta da parati –

Oniriche

Stamattina ti ho sognato e non sei andato via per tutto il giorno

Eri in tutte le cose

Nella tazza della colazione
Nel pesce che ho mangiato
Nella strada verso il lavoro
Nei bicchieri che ho asciugato
Nella musica che cercavo
Nei dettagli che aggiustavo
Nei miei desideri carnali

Non so se ti ho chiamato io o sei venuto tu a cercarmi

Ma so che sono molto arrabbiata

Perchè è difficile sognare qualcuno che non sei tu
Immaginare il mio corpo in altre braccia
Sentire questo gigantesco vuoto
Che parla di un amore mai sbocciato
Nonostante tutta la forza che ci ho messo
Nonostante tutta l’energia che vorticava
E ci legava
E che ora non so dove mettere
Perchè dentro di me tutta non ci sta

Dentro l’uragano

la-forza-bruta-dell-uragano-cosa-significa-trovarsi-in-un-uragano-in-sogno

I coniglietti della 195

Hanno cercato di avvertirmi

Qualcosa di grosso era in arrivo

Ma io non l’ho capito

Sono andata dritta verso l’uragano

 

L’abbiamo fatto dentro l’uragano

L’abbiamo fatto forte e piano

Il tuo coltello dentro

Ho sanguinato perché mi ha ferito

Ho sanguinato perché l’ho voluto

 

Fai una giravolta falla un’altra volta

Dai un bacio a chi vuoi tu

Con te non gioco più

 

Fuori dal tempo e dallo spazio

Ho ricordato le passioni

Voglio stare dentro l’uragano

Voglio le streghe i castelli e un mago

Voglio il tuo coltello conficcato nel cuore

Voglio una guerra con l’amore

 

Non mi è sembrato un equo scambio

Io do a te tu dai a me

I coniglietti della 195 hanno cercato di avvertirmi

E io sono andata dritta

Dentro l’uragano

 

 

Cagliari 24 marzo 2015

In Quella Vita

1900

Quando passeggio qui al Terrapieno, ho sempre dei flash della mia vita precedente.

Il sole caldo e dolce, il mio ombrellino di pizzo bianco, le ciglia folte, i capelli raccolti come una signorina perbene. Respiro a fatica, il corsetto mi stringe un po’ la vita sottile, la lunga gonna esalta le mie forme e mi fa apparire leggiadra, quasi eterea.

Il colletto scelto da mia madre mi protegge dagli sguardi indiscreti.

Tutti intorno a noi passeggiano.

Ci guardiamo, discreti. Possiamo solo guardarci. Possiamo comunicare solo con quell’unico, breve, intenso e folle sguardo che ci nutre come pappa reale.

Lui si avvicina e saluta mia madre che sorride affabilmente, ma non troppo.

E’ tutto nei sorrisi, tutto negli sguardi.

Lui mi guarda di nuovo e ottiene, con un piccolo giro di parole furbesche, di affiancarmi nella passeggiata.

Si parla del tempo, delle stagioni, della vecchia zia appesantita dagli acciacchi.

Io mi volto a guardarlo. L’ombrellino è il mio scudo contro il mondo. Posso un po’ inclinarlo, per godermi la vista. Il panorama sulla città. I baffi di lui. Gli occhi brillanti. Mi guarda di nuovo.

Io lo so, che vorrebbe baciarmi, che vorrebbe mordermi. Come una pesca.

Utilizza il bastone con un’eleganza che mi fa sussultare. Mi sta battendo il cuore fortissimo e vorrei essere quel bastone. Stretta nel suo pugno così forte. Lui è sicuro di sé. Sa che non può guardarmi troppo a lungo, ma non ha paura di farlo. Riesce perfettamente ad andare a tempo con gli sguardi delle persone intorno a noi, compreso quello di mia madre, e a cogliere l’attimo per farmi arrossire ancora, e ancora, e ancora.

Vorrei essere da sola con lui. Vorrei che tutti intorno a noi scomparissero. E sì, vorrei essere la sua pesca da mordere.

Comincio a sentire caldo.

L’ombrellino non mi protegge più. Non ho più uno scudo. Sono completamente indifesa. Mia madre ora sta cinguettando qualcosa sull’ultimo tè con le amiche. Mi tremano le gambe. Lui si accorge del mio pallore. Tutto gira. Il cinguettio di mia madre diventa un fischio e poi buio. L’ultima cosa che ricordo sono le braccia di lui, forti, che mi sorreggono.

Quando riapro gli occhi, c’è una calca intorno a noi. Io sono distesa a terra.

Lui ora può guardarmi senza pudore. Mia madre esplode in una risata nervosa. Una signora mi sventola col suo cappello. Lui continua a fissarmi.

E proprio lì,  nella confusione, sotto gli occhi di tutti, con una nonchalance che mi lascia di nuovo senza fiato, lui mi appoggia una mano sulla caviglia e piano piano la fa salire fin dove quella nostra posizione glielo consente. Per un attimo, confusa e imbarazzata per lo scompiglio causato nella passeggiata, penso di essere di nuovo in procinto di svenire. Invece no. Al contrario, il mio corpo si risveglia. Sento un piacevole calore che parte dalla pancia e si espande fino al mio intimo desiderio. Lui continua a guardarmi e mi chiede se sto bene.

Riesco solo a mormorare sì, mentre la sua mano si arresta, e mi accarezza dolcemente l’incavo del ginocchio.

Nessuno si accorge di niente. Io vorrei rimanere sdraiata lì per sempre. Invece l’incantesimo si rompe, le sue mani mi sollevano e mi consegnano di nuovo a quelle di mia madre. Ci guardiamo un’ultima volta, prima che lui, con un cenno di saluto, vada via.

Pochi giorni dopo partì per sempre per lavoro, credo in Africa.

Non l’ho più rivisto.

Per lo meno in quella vita.

 

Donne che amano troppo

donne-in-cerchio

Oggi vorrei presentarvi un progetto che sto covando da molto tempo, ma per un motivo o per un altro non sono ancora riuscita a far uscire dall’uovo.

Più o meno un anno fa ho letto “Donne che amano troppo” di Robin Norwood.

Un libro sulla dipendenza affettiva che mi ha cambiato la vita.

Così ho iniziato il mio percorso di guarigione dalla dipendenza.

Una parte fondamentale di questo percorso, secondo la Norwood, consiste nel confronto con altre persone che soffrono di dipendenza, attraverso un gruppo di autoaiuto basato sul modello dell’Alcolisti Anonimi. Quindi basato sulla condivisione di esperienze,  sul sostegno reciproco, sul recupero dell’autostima e dell’amor proprio e sulla creazione/scoperta di un nuovo sé, attraverso attività, letture, esercizi spirituali e non.

Ecco quello che mi piacerebbe creare: un gruppo di donne che si incontrano due volte al mese e che condividono letture, esperienze personali, attività (dalla visione di film alla meditazione, dal canto allo yoga). Tutto volto a superare e a guarire dalla dipendenza affettiva.

ATTENZIONE: nel gruppo non sono previste figure professionali quali psicologi, psichiatri o psicoterapeuti. E’ un gruppo autogestito e autofinanziato, ogni incontro è “moderato” da una delle partecipanti che cambia di volta in volta. Il gruppo si troverà a Cagliari.

Ognuna di noi potrà proporre argomenti di discussione, letture, film, contribuire con le proprie conoscenze alle attività del gruppo o proporre un esterno per lo svolgimento di una particolare attività (es. lezione di yoga, meditazione guidata, piccola conferenza su argomento specifico)

Quindi, ricapitolando: se sentite di non amarvi abbastanza, se sentite di avere una relazione sentimentale o amicale con una persona che sapete non essere giusta per voi e che volete CAMBIARE, se vi sentite schiacciate dal vostro partner e non sapete come uscirne… oppure semplicemente avete vissuto e superato o state superando questa esperienza da sole e volete confrontarvi con altre come voi (che, vi assicuro, sono tante!), non esitate a contattarmi.

donnecheamanotroppoca@gmail.com

Fate girare!